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7° Rapporto Censis/Ucsi sulla comunicazione
Il 7° Rapporto sulla comunicazione Censis/Ucsi è stato presentato il 9 giugno alla Camera dei Deputati presso la Sala delle Colonne di Palazzo Marini da Giuseppe Roma, Direttore Generale del Censis, e Giuseppe De Rita, Presidente del Censis. Esso prosegue lo studio avviato lo scorso anno, basato sul confronto dell'uso dei media da parte della popolazione nei principali paesi europei: Italia, Francia, Spagna, Germania e Gran Bretagna.
Il Rapporto è dedicato quest'anno soprattutto ai comportamenti giovanili.
Questi sono solo alcuni dei principali risultati del Rapporto.
Il balzo in avanti nell'uso di Internet da parte dei giovani italiani tra i 14 e i 29 anni è stato enorme: tra il 2003 e il 2007 l'utenza complessiva (uno o due contatti alla settimana) è passata dal 61% all'83%, e l'uso abituale (almeno tre volte alla settimana) dal 39,8% al 73,8%.
Il cellulare è usato praticamente da tutti, ma ciò che stupisce è constatare che il 74,1% legge almeno un libro all'anno e il 62,1% più di tre libri. Il 77,7% dei giovani legge un quotidiano una o due volte alla settimana, mentre il 57,8% legge almeno tre giornali alla settimana. I periodici hanno una utenza complessiva pari al 50% dei giovani.
Nell'utenza complessiva dei media, le femmine ascoltano di più la radio e leggono di più i periodici; i maschi leggono di più i quotidiani e guardano di più la Tv satellitare. I giovani italiani assomigliano ai giovani europei, ma non sono del tutto uguali.
Dappertutto si fa un grande uso del telefonino, ma solo in Italia il 96,5% dei giovani lo adopera in maniera abituale, mentre negli altri paesi gli utenti abituali oscillano tra l'89,3% della Germania, l'83,9% della Gran Bretagna, l'83,7% della Spagna, per scendere al 73,8% della Francia.
Per i giovani inglesi e tedeschi Internet riveste un ruolo ancora più importante che in Italia: l'uso abituale della rete raggiunge, infatti, in Gran Bretagna il 77,7%, in Germania il 76,5%, in Italia il 73,8%.
Siderno, 24 maggio 2007
Inaugurazione del monumento alle vittime innocenti della mafia.
W LA VITA
Questo è un giorno di particolare emozione che deve farci riflettere sull’umana condizione della nostra realtà.
Oggi cerchiamo di spezzare la nostra ansietà per la violenza omicida diffusa nella nostra terra, e facciamo questo tentativo assieme politico e morale intorno a questa aiuola semplice, nella quale un piccolo monumento di pietra ricordi ai passanti le vite annullate per arbitrio degli uomini, e la stessa pietra scalpellata e lavorata invece riconsegni a tutti, perfino agli assassini, l’idea di vita che si sottrae all’annientamento attraverso la memoria librata dalla forma-spazio. Questa memoria della vita scolpita nella materia inerte, noi vogliamo risvegliare in un rito antico che esorcizzi il male, un rito modernamente riprodotto con un simbolismo astratto e forse meno potente rispetto alle remote liturgie propiziatrici, ma pieno delle stesse angosce, delle stesse speranze, delle stesse rivolte dello spirito che i simboli apotropaici del passato evocavano nei momenti difficili della vita dei popoli.
Anche i termini usati nell’epigrafe rimandano alla profonda ingiustizia della situazione che dobbiamo sopportare e contro la quale vogliamo reagire: nella parola vittime, che evoca un antico significato sacrificale, e nella parola innocenti, che significa esenti da colpe. L’espiazione è dolore che si rinnova nelle famiglie degli uccisi, è turbamento che permane nella comunità, è dovere di tutela sociale da parte degli organi dello Stato. In questo luogo gli occhi di un giovane, Gianluca, sono stati chiusi alla vita con ferocia, e in questo luogo vogliamo accogliere con tenero simbolismo tutti gli occhi degli altri che in diverse parti del territorio sono stati chiusi con eguale ferocia.
Diciamo, però, con franchezza, senza ipocrisia, che riteniamo molto triste, in una Repubblica che si vorrebbe pacifica e tollerante, consapevole e libera, contrassegnare un territorio con i richiami a vittime della violenza mafiosa, marchiando così il suolo di ricordi di scelleratezze, quando altrove le sculture urbane invece generalmente servono ad onorare i trionfi della scienza e dell’arte, e di altre espressioni orgogliose del genio umano, laiche e religiose.
La storia di un popolo si codifica anche attraverso gli anniversari e i monumenti. Ricordiamo che oggi è il 24 maggio, il giorno del Piave, del sacrificio di molti giovani soldati italiani per l’unione nazionale. È vero che molti monumenti «cavallereschi» o epigrafici, che vediamo nelle piazze delle città, trassero origine da conflitti cruenti, ad esempio quelli dedicati a condottieri o a re o ai soldati caduti delle Guerre, ma essi si situavano in una storia universale in svolgimento, per attestare un sentimento popolare di adesione a valori di coraggio, di riscatto, di liberazione e di progresso, quindi di vita, diventando sinonimi della costruzione della struttura-nazione, corpo vivo, o della regalità del pensiero umano, fattore di evoluzione, non sinonimi della sconfitta della vita e del belluino senso della morte, con persone uccise per abbietti motivi, in nome di regole estranee e contrarie alla legge naturale, alla legge dello Stato ed alla legge di Dio.
La vita si propizia con la vita, siamo noi esseri umani giustificati dalla Vita, non il contrario. È il concetto fondamentale che impedisce ad un individuo di disporre della vita dell’altro. L’omicidio, oltre che annientamento di un individuo, è profanazione del corpo collettivo che è la comunità di individui, dove ognuno è parte sensibile e necessaria, e dove tutti traducono la sensibilità e la necessità di ognuno in un affresco quotidiano di operosità, d’ingegno e di svago, di amore, in cui le generazioni lasciano tasselli ed impronte a beneficio dei posteri. Per questo, dobbiamo essere consapevoli di essere tutti chiamati ad un controllo etico di più alto respiro, al rispetto dei comandamenti morali che si traducono in legge sostanziale. Non uccidere! Come la vita non può essere messa in vendita, né può essere assoggettata agli scienziati del bio-potere, né può essere artificio di laboratorio, perché è dignità individuale che si mantiene nell’equilibrio di comportamenti e di diritti assolutamente inviolabili, così la vita è un progetto divino di cui l’uomo è beneficiario e che l’uomo deve assecondare, innanzitutto nel reciproco rispetto tra individui, anche nel naturale contrasto tra posizioni regolato dalle leggi, nella rinuncia all’istinto di sopraffazione, nella comprensione delle ragioni dell’altro, nella limitazione del proprio potere d’interdizione.
La vita è fatta di pesi e di contrappesi, ma nessuno in questa terra può arrogarsi il potere di alterare il funzionamento della stadèra. Cerchiamo di rigenerare, attraverso questo monumento alla memoria di Gianluca e dei suoi simili ai quali è stato impedito arbitrariamente di continuare a guardare il mondo nel ciclo che la natura aveva loro destinato, cerchiamo di rigenerare il sentimento della vita, che ci è stata donata perché a nostra volta la donassimo agli altri, in un eterno misterioso ritorno.
Viva la Vita!
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